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L'INCHIESTA DI LEGAMBIENTE

Il Piano Regionale Amianto ancora non è stato approvato in tutte le Regioni (dopo 26 anni dalla Legge 257 che prevedeva la loro pubblicazione entro 180 dall’entrata in vigore della stessa): mancano ancora all’appello il Lazio e la provincia Autonoma di Trento mentre resta indefinita la situazione in Abruzzo, Calabria e Molise che non hanno risposto al questionario nel 2018 e nell’edizione precedente (del 2015) avevano dichiarato di non averlo ancora approvato.

Il censimento è stato fatto in sei 6 delle 15 Regioni (il 40%), pur con qualche specifica o limitazione, mentre le restanti 9 Regioni hanno dichiarato di avere ancora in corso la procedura di censimento del territorio: Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Puglia, Sardegna, Sicilia, Veneto e nella Provincia Autonoma di Bolzano.

Seppur ancora parziale, in tutto risultano censite oltre 370mila strutture nel territorio nazionale per un totale di quasi 58milioni di metri quadrati di coperture in cemento amianto; numeri decisamente in crescita rispetto all’indagine del 2015 (rispettivamente +62% e +469%) a dimostrazione di quanto l’entità e la presenza di amianto in Italia sia stata fino ad oggi largamente sottostimata e di come l’avanzamento delle attività di censimento, seppur a rilento, sia fondamentale per conoscere esattamente lo stato dell’arte nel nostro Paese.

Di queste 370 mila strutture censite dalle regioni, 20.296 sono siti industriali (quasi il triplo rispetto all’indagine del 2015 che ne riportava solamente 6.913), 50.744 sono edifici pubblici (+10% rispetto al 2015%), 214.469 sono edifici privati (+50% rispetto al 2015%), 65.593 le coperture in cemento amianto (+95% rispetto al 2015%) e 18.945 altra tipologia di siti (dieci volte di quanto censiti nel 2015).

La mappatura dell’amianto, il secondo step previsto dalla legge 257/92, è stata realizzata da 7 le amministrazioni (Campania, Emilia Romagna, Marche, Puglia, Sardegna, Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Trento); è ancora in corso in Basilicata, nella provincia autonoma di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Sicilia e Veneto. Non risulta fatto nel Lazio. Stando ai dati forniti nel 2015, la mappatura risulterebbe completata anche in Liguria, Lombardia, Molise Toscana e Umbria mentre era in ancora in corso in Calabria. Non risultano dati per l’Abruzzo.

Attualmente la Banca Dati Amianto coordinata dal ministero dell’Ambiente riporta 86.000 siti mappati su tutto il territorio nazionale; le risposte pervenute dalle regioni che hanno partecipato all’indagine di Legambiente riportano 66.087 siti mappati per un totale di oltre 36,5 milioni di metri quadrati di coperture (la differenza è dovuta alla mancata risposta da parte di alcune amministrazioni). Ma se fino a tre anni fa erano stati individuati oltre 300 siti in classe di priorità 1, ovvero a maggior rischio, su cui avviare da subito le azioni di risanamento, i risultati della nostra indagine fotografano invece una realtà molto più allarmante: sono infatti saliti a 1.195 i siti ricadenti in I Classe (triplicati quindi nei tre anni di aggiornamento dei dati) e a 12.995 quelli in II Classe (8.214 in Piemonte e 1.357 nelle Marche).

A rilento le attività di bonifica dei siti, l’unica attività in grado di mettere in sicurezza la salute delle persone che abitano o lavorano in ambienti contaminati: 6.869 sono infatti gli edifici pubblici e privati bonificati, più o meno gli stessi indicati nel 2015 (nel 2015 erano 27.020 di cui 22.075 solo in Lombardia che, però, non ha fornito il dato in questo aggiornamento del 2018). Numeri impietosi, quelli delle bonifiche, che si riflettono sulle quantità di materiali smaltite in discarica nel 2015 (fonte Ispra): 369mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto prodotti (71% al Nord, 18,4 al Centro e 10,6 al Sud), di cui 227mila tonnellate smaltiti in discarica e 145 mila tonnellate esportati nelle miniere dismesse della Germania a fronte di quasi 40 milioni di tonnellate di amianto presenti sul territorio.

E non sono assolutamente sufficienti gli impianti di smaltimento presenti e previsti sul nostro territorio: le regioni dotate di almeno un impianto specifico per l’amianto sono solamente 8 (erano 11 fino a tre anni fa) per un totale di 18 impianti (in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4 – di cui uno per le sole attività legate al SIN di Casale Monferrato in Piemonte – 3 in Lombardia – di cui 1 attivo e due autorizzati ma non ancora in esercizio – 2 in Basilicata ed Emilia Romagna, 1 solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano – che non riceve più materiali dal 2014).

Le volumetrie residue comunicate con i questionari sono pari a 2,7 milioni di metri cubi (un terzo in meno rispetto ai 4,1 milioni di mc del 2015) e sarebbero a malapena sufficienti a smaltire i soli quantitativi già previsti, ad esempio, dal Piano Regionale della Regione Piemonte che stima in 2milioni di metri cubi i quantitativi delle coperture in cemento amianto ancora da bonificare.

Per fare chiarezza sulle possibili soluzioni alternative allo smaltimento in discarica dei materiali contenenti amianto che, come abbiamo visto, rappresenta uno snodo fondamentale per superare lo stallo in cui ci si trova da oltre vent’anni, abbiamo richiesto uno approfondimento all’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IIA).

Tutti i processi di inertizzazione considerati e analizzati dal CNR, raggruppabili nelle tre macrocategorie “trattamenti termici” “trattamenti chimici” e “trattamenti meccanochimici” mostrano, come era lecito aspettarsi, luci ed ombre per ogni tipologia di trattamento, come verrà meglio delineato nel capitolo 3 del presente rapporto.
Al di là dei singoli brevetti ed esperienze analizzate e confrontate, le conclusioni del CNR portano ad una serie di utili riflessioni: “il livello di industrializzazione di alcune tecnologie è oggi in grado di affrontare questa problematica in maniera tecnicamente soddisfacente, sia dal punto di vista della sicurezza del processo sia per quanto riguarda la qualità dei sottoprodotti ottenuti. In particolare, sono disponibili numerose applicazioni di trattamenti termici e chimici che permetterebbero di degradare in maniera affidabile l’amianto. Attualmente, tutte queste tecnologie sono più costose rispetto al collocamento in discarica: questo potrebbe essere considerato il motivo principale del basso livello di diffusione di questi processi. Il costo dei processi di degradazione dell’amianto è dovuto a diversi fattori, come il consumo di energia per la produzione di calore (eventualmente sotto forma di microonde), il consumo e lo smaltimento di prodotti chimici, eccetera. Di conseguenza, ciascuna tecnologia presenta vantaggi e svantaggi. Al fine di selezionare le strategie ottimali di trattamento, il fattore di maggiore interesse è la possibilità di ottenere un sottoprodotto riutilizzabile: questo permetterebbe sia di ridurre i costi di processo, sia di migliorare la sostenibilità ambientale del trattamento dell’amianto, inserendolo in un contesto di economia circolare.

Dal punto di vista dell’incentivazione economica messa in campo dalle Regioni per facilitare i cittadini nella rimozione e smaltimento dei rifiuti contenenti amianto, sono diverse le voci riportate nei questionari di 13 Regioni: si va dalla detrazione Irpef al 50% prorogata in Emilia Romagna per tutto il 2018 ai rimborsi del 50-60% della spesa sia per privati che per aziende messe in campo dalla Sardegna alla provincia autonoma di Bolzano; piccoli bandi e finanziamenti a fondo perduto ai comuni sono stati fatti da Lombardia e Basilicata mentre in Puglia 9 milioni di euro sono stati destinati in 3 bandi differenti per la rimozione di rifiuti contenenti amianto.

Sebbene le Regioni hanno provato a smuovere qualcosa con questi finanziamenti e incentivi, le iniziative risultano comunque troppo limitate per progredire in maniera significativa e veloce.
L’ultima volta che è stata data una importante scossa al risanamento e alla bonifica del territorio risale all’applicazione del sistema di incentivazione per la sostituzione dell’Eternit con i pannelli fotovoltaici di quasi 10 anni fa. Una misura che, attivata su tutto il territorio nazionale, aveva portato ottimi risultati nelle operazioni di bonifica.

Non sufficientemente strutturati e radicati nei territori le attività di formazione del personale tecnico (Asl, Arpa, medici del lavoro etc), attraverso programmi e momenti di aggiornamento che risultano essere stati redatti solo in 8 Regioni e 1 P.A (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia (ogni 3 anni), Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Valle d’Aosta, Veneto e P.A. di Trento).

Analogo discorso va fatto anche alle attività di formazione e informazione rivolta invece ai cittadini che, seppur risultino essere state fatte in 13 regioni e P.A (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Valle d’Aosta, Veneto, P.A. Bolzano e P.A. Trento), sono comunque risultate essere poche, sporadiche, spesso risalenti a diversi anni fa. Vista l’importanza e la pericolosità del tema trattato, dovrebbero invece essere realizzate con maggior frequenza e capillarità nei territori anche perchè, ad oggi, ancora non risultano essere attivati gli sportelli amianto. Un importante strumento di sensibilizzazione, informazione e indirizzo nei confronti deli cittadini che si ritrovano spesso costretti a girare per aziende sanitarie, uffici regionali, settori e agenzie che non sono strutturate per risolvere i problemi in maniera esaustiva.

 

(fonte: Legambiente – dossier: Liberi dall’amianto?)

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